Ai tempi di Kiss Me Licia era difficile immaginarlo, ma le canzoni di Cristina D’Avena hanno resistito allo scorrere del tempo. Nate come sigle Tv, con gli anni si sono trasformate in ricordi d’infanzia per gli adulti e in melodie da canticchiare per i bambini di oggi, che non hanno idea di cosa fosse Bim Bum Bam. Quindi niente di strano che la carriera di Cristina venga celebrata con un cofanetto dal titolo 30 e poi, in riferimento agli anni di onorato servizio come diva assoluta della canzone per bambini. A voler vedere, gli anni sarebbero molti di più se si partisse dal terzo posto conquistato allo Zecchino d’Oro del 1968 con Il valzer del moscerino.
Quali sono i momenti che ricordi con più piacere?
«Di momenti belli ce ne sono stati tanti. Di sicuro i concerti al Palatrussardi e al Forum di Assago in favore dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro: ho fatto il tutto esaurito e sono orgogliosa di aver raccolto una somma importante per una buona causa. Un altro ricordo bellissimo è stata la mia prima esperienza da attrice con Love Me Licia».
E i momenti peggiori?
«Un momento brutto, ahimé, è arrivato con la scomparsa di un mio zio. In quell’occasione ho trovato la forza di salire sul palco soprattutto perché sentivo la gente che mi chiamava. Una fase negativa della mia carriera, invece, è stata quando in Tv hanno cominciato a dare meno spazio al mondo dei ragazzi. Stavo lavorando a una cosa bellissima ma non c’era più la possibilità di portarla in scena».
Quante generazioni vengono ad ascoltarti adesso?
«Almeno tre. I quarantenni, forse perché hanno bisogno di liberarsi un po’ del peso della realtà. Quindi i trentenni e i ventenni. E quelli che hanno cinque o sei anni, accompagnati dai genitori. Forse sono anche quattro generazioni. Comunque, la musica dei cartoni animati non ha età, è un modo per tornare indietro nel tempo, si stuzzicano la nostalgia e i ricordi».
È difficile calarsi nella parte della fatina dei bambini?
«No, sono una persona semplice, estroversa e romantica. Ho sempre amato le storie Disney e la parte della fatina dei piccoli mi stava bene. Però, non una che fa vedere tutto rosa, ma una fatina moderna, con tanti bei sogni ma che tiene il pubblico con i piedi per terra».
Com’è nato il connubio con i Gem Boy, gruppo con un senso dell’umorismo decisamente da adulti?
«Per caso. Cinque anni fa, mia sorella Clarissa lavorava per Red Ronnie. Lui voleva fare un concerto e disse a mia sorella di propormelo. In quel momento ero ferma e mia sorella mi suggerì di provare coi Gem Boy. Una sera ci siamo incrociati casualmente in un autogrill e loro hanno cominciato a pregarmi, a fare i matti. Così abbiamo fatto il primo concerto al Roxy Bar: è venuto il mondo a vederci. A quel punto abbiamo proseguito. Fra poco riprendiamo a marzo con un concerto nuovo».
Andiamo sul personale: ti sei mai sentita un sex symbol?
«Direi di no. Però sono molto femminile e mi piace far vedere la mia femminilità. Ci gioco un po’, ma cerco di essere sempre sobria».
Paolo Giovanazzi per Stop